Il 4,5 E 6 OTTOBRE 2013 NAPOLI FESTEGGIA IL PIANOFORTE

Pianoforte e Napoli

Piano City Napoli dedicherà uno spazio anche alla tradizione delle fabbriche di pianoforti a Napoli, ai concerti di pianoforte nelle sale e nei salotti napoletani dall’800 al secolo scorso ed alla scuola pianistica napoletana.

A cura di:

Accademia Musicale Napoletana
(fondata nel 1933 da Alfredo Casella)
Concorso Pianistico Internazionale
Alfredo Casella (Napoli 1952)
Associazione Pianistica S. Thalberg
(fondata da Vincenzo Vitale nel 1976)
Ricostruzione storica di Massimo Fargnoli

Pianefforte 'e notte

di Salvatore Di Giacomo

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

È ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle 'n cielo!
Che luna! e c'aria doce!
Quanto na bella voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint'a ll'oscurità..

Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.

 

LA SCUOLA PIANISTICA NAPOLETANA

Se isoliamo il caso dell’inestimabile repertorio che il napoletano Domenico Scarlatti regalò nel ‘700 al mondo clavicembalistico e, con grande sua fortuna al mondo del pianoforte in seguito, con una ricchezza di novità tecniche rivoluzionarie per quei tempi che solo molti decenni dopo trovarono degni competitori, la storia vera e propria della scuola pianistica napoletana comincia, come oggi si tende ad affermare in maniera pressoché unanime, con l’arrivo a Napoli nel 1858 di Sigismund Thalberg uno dei rari concorrenti del grande Franz Liszt nell’agone virtuosistico europeo.

A buon titolo si può dichiarare dunque che questa scuola abbia origini austriache avendo Thalberg studiato con personaggi tutti legati in qualche modo a Vienna: Hummel, Moscheles e Kalkbrenner. Fu da costoro che Thalberg ereditò la propensione ad una attenta analisi dei problemi meccanici legati alla tecnica pianistica e al superamento di quelli nell’intento di dare all’esecutore tutti i mezzi necessari per pervenire alla perfetta cantabilità.

Il primo ad eseguire in Italia l’opera 106 di Beethoven fu un pianista che per primo colse e mise in pratica gli insegnamenti che Thalberg impartì all’ombra del Vesuvio: Beniamino Cesi, artista che a sua volta valicò in senso opposto le Alpi per trasportare quelle deduzioni didattiche in Russia, dove a sua volta insegnò a San Pietroburgo.

Da Cesi l’albero genealogico della discendenza si infittisce vertiginosamente. Tornato a Napoli egli diede vita, infatti, ad una seconda generazione ottocentesca di allievi: Francesco Cilea, noto operista; Giuseppe Martucci, uno degli uomini più decisivi per la diffusione della musica sinfonica e cameristica in Italia nel secondo ‘800, e maestro di quel Giovanni Anfossi che ebbe il merito di formare Arturo Benedetti Michelangeli ; Alessandro Longo, grazie al quale le sonate di Domenico Scarlatti conobbero una prima catalogazione ed una degna riabilitazione, e che come didatta educò Paolo Denza, il primo maestro di Aldo Ciccolini, e di Paolo Spagnolo; e ancora Cesi guidò suo figlio Sigismondo che insieme a Florestano Rossomandi fu insegnante di Vincenzo Vitale, capostipite a sua volta di una cospicua scuola che annovera Riccardo Muti e Michele Campanella solo per citarne alcuni.

Alla scuola di Florestano Rossomandi, il primo tra i discendenti di Cesi ad aver dato una organizzazione al metodo pianistico, si formarono due grandi menti: Attilio Brugnoli, autore del trattato “Dinamica pianistica” che resta tuttora, a quasi un secolo dalla stesura, il più esteso e analitico studio sul meccanismo e la fisiologia pianistica mai scritto in Italia; Vincenzo Scaramuzza, l’ideatore di un ferreo sistema didattico basato su ragionamenti fisiologici, che ebbe il merito, per primo, di esportare i dettami della scuola in un paese straniero, in Argentina, dove formò una lunga schiera di artisti che a vario titolo possono essere considerati una propaggine della scuola: Martha Argerich, Daniel Baremboim, Bruno Leonardo Gelber e Fausto Zadra che riportò in Europa la scuola di Scaramuzza insegnando lungamente tra Roma e Losanna. Di Rossomandi fu allievo anche Luigi Finizio, che educò Sergio Fiorentino, pianista dalla carriera discontinua, recentemente riscoperto e ammirato.

Ma i nomi citati non sono che una piccola parte dell’esteso albero genealogico che si è dipanato da queste fondamenta. La linfa artistica e l’interesse per l’aspetto didattico originariamente impartiti dai padri della scuola ha prodotto nel corso del XX secolo un numero di artisti elevatissimo, ma giunta alla sesta generazione e oltre, la scuola nata dal ceppo unico Thalberg/Cesi ha assunto una ramificazione tale da non poter più identificare i singoli rami come diretta discendenza dalla primigenia. La diversa metodologia di approccio didattico delle varie diramazioni ha reso quanto mai difficoltosa l’assimilazione ad un unico modello di riferimento, giungendo a volte, al contrario, a contrapporsi nettamente in diverse fazioni. La stessa abitudine di rivolgersi a più maestri, andatasi col tempo affermando nella prassi formativa dei giovani pianisti, ha reso quanto meno impervio far risalire la propria sostanza pianistica ad un solo paradigma. Sarebbe oggi opportuno avviare una riflessione accurata sugli esiti che la scuola pianistica napoletana, quella di gran lunga più significativa nel panorama musicale italiano tra ‘800 e’900, ha prodotto ed esportato anche a livello internazionale. E’ in questa ottica che Piano City Napoli assume un significato ecumenico di tutte le sue sfaccettature, volendo tentare una prima sintesi non peregrina che ne valorizzi la sua straordinaria ricchezza.

Dario Candela

 

LO SVILUPPO DEL PIANOFORTE A NAPOLI

Le fabbriche di pianoforte nell’Ottocento

Durante la prima metà del XIX secolo Napoli è un centro fecondo di produzione, non solo di musicisti, ma anche di strumenti musicali tra i quali spicca il pianoforte.

La politica protezionistica ed il sostegno all'industria, inaugurata dal governo francese e poi sviluppata dai Borbone, avvantaggia in maniera considerevole l'industria locale, limita le importazioni ed attira da tutta Europa artigiani stranieri: dalla Germania, dalla Francia e persino dalla Russia. I Bretschneider, i Müller, gli Helzel, i Sievers, fiutano la naturale inclinazione dell’artigianato partenopeo verso un’attività lavorativa in stretta connessione col fiorire di una vita strumentale che trova nel pianoforte il suo maggior punto di addensamento.

Le prime testimonianze accertate della presenza di fabbriche di pianoforti a Napoli risalgono al 1789 quando è documentata nel regno la presenza del costruttore straniero Gustadt. Un elenco del 1845 segnala ben 93 fabbriche di pianoforti, 20 delle quali tenute da stranieri stabilitisi qui. Altre fonti individuano a Napoli nell' 800 circa 160 costruttori che praticano talvolta anche l'attività di rivenditori, accordatori e noleggiatori e in alcuni casi persino di editoria musicale.

La maggior concentrazione delle fabbriche avviene nei sotterranei di via San Sebastiano per la vicinanza con il Conservatorio: la sinergia dei due interessi, quello artistico e quello artigianale, è così facilitata. Alcuni di questi laboratori artigianali trovano posto altrove come la Sievers di Pietroburgo situata nella non lontana strada dei Sette Dolori.
Da un documento della mostra di strumenti musicali tenutasi a Napoli nel 1853 risulta l’elenco dei partecipanti: Brazzano Vincenzo, Bretschneider Paolo, Carrabba Pietro, Corvo Girolamo, Federico Pasquale, Helzel Giorgio, Helzel Egidio, Leone Giuseppe, Mach Vincenzo, Maurer Giovanni, De Meglio Carlo, Antonio Napolitano Marciano, Müller Fratelli, Muti, Raffaele e Sievers Ferdinando, Knoll, Kovats, Giovanni Uldrich, Hartevig, Luigi Nunneri.

L’ artigianato

Per i pianoforti si sviluppa a Napoli la massima sperimentazione degli artigiani, che applicano agli strumenti locali meccanismi stranieri, spesso adattati e migliorati.
Carlo De Meglio, suo figlio Giovanni ed in seguito il più giovane Vincenzo, insieme ai fratelli Federico conducono ad eccellenti risultati le loro fabbriche di pianoforti, che producono strumenti modellati sugli esemplari francesi di Pleyel e di Erard.
Sigismondo Thalberg, uno dei principali protagonisti della vita musicale cittadina, è particolarmente interessato alle piccole fabbriche di pianoforti. Thalberg ebbe una stretta collaborazione specialmente con la De Meglio e la Federico; s’incuriosì inoltre al piano-melodium del cav. Fummo, una specie di combinazione tra harmonium e pianoforte.

Un altro aspetto su cui si applica l'ingegnosità dei costruttori partenopei riguarda l'ideazione di strumenti con ardite e inusuali soluzioni: il bipianoforte, il pianoforte unito all'harmonium, l'armonicordo, il pianoforte a sistro, etc.
Giacomo Ferdinando Sievers, artigiano immigrato a Napoli da San Pietroburgo, fu autore anche di un manuale sulla costruzione del pianoforte datato 1868.

 

Il pianoforte nei salotti napoletani

A Napoli il salotto,nella seconda metà dell’ottocento offriva un campionario fra i più ricchi ed incosueti d’Europa.
La musica regnava dal “ basso “(il pianterreno dei vicoli senza luce) ,dove la chitarra e il mandolino erano di casa, fino al palazzo gentilizio, dove il pianoforte era despota.
Fu la borghesia a promuovere il salotto musicale napoletano.
Protagonista di questi incontri era spesso una pianista, che eseguiva sul Boisselet verticale la “Priere d’une vierge o la reverie di Rosellen. Perché sempre il pianoforte era il sostegno di queste riunioni mondane,sia come solista che come accompagnatore di cantanti.

Il pianoforte a coda era tollerato nel salotto napoletano come un vecchio arnese pittoresco. E forse non a torto,trattandosi in generale di decrepiti Erard o fatiscenti Kaps.
Il pianoforte chic fu il verticale. Da quello a corde dritte e telaio di legno con meccanica “a baionetta “ all’altro a corde incrociate e telaio di ferro.
Le tastiere d’avorio erano illuminate prima dalle candele di cera,poi da quelle elettriche.
Negli anni fra i due secoli,i maestri del salotto napoletano furono Salvatore Coppola prima e Gennaro De Sena dopo.

E’ interessante fare qualche osservazione sulle esigenze dei pianisti nostrani nell' 800 circa la scelta dello strumento. Purchè la tastiera offrisse 85 tasti tutto poteva accettarsi.
Il pianoforte verticale dilagò nelle famiglie coinvolgendo anche maestri di chiara fama. Da Rossomandi a Marciano ed a Sigismondo Cesi adottavano un verticale di solida costruzione: Bechstein oppure Grotrian Steinweg.
Solo Thalberg e Palumbo possedevano ognuno un Erard a coda, oggi custoditi dagli eredi dei due famosi concertisti: la principessa Francesca Pignatelli di Strongoli conserva l’Erard di Thalberg e la famiglia Forquet, conserva l’ Erard di Palumbo. Mentre Alessandro Longo aveva nel suo studio un Bechstein “quarto di coda“.

In Conservatorio si poteva poggiare la mano, nelle classi di “pianoforte principale”, su vetusti Kaps che, comunque, offrivano tastiere con simulacri di “doppio scappamento”. La sordina era confusa con quel panno che, nei pianoforti verticali, s'infilava fra corde e meccanica onde evitare che i vicini venissero disturbati dagli eccessi di zelo dei martellatori di pianoforte. Ed il “pedale tonale “era considerato solo una curiosità offerta dallo Steinway & Sons “gran coda”.


La crisi del ‘900

Con l'Unita' d'Italia si avverte un progressivo ridimensionamento del settore: nel 1871 si segnalano ancora 51 fabbriche di pianoforti che dieci anni dopo si riducono a 38. La riunificazione italiana e la conseguente crisi economica determina la contrazione dei consumi interni, un'imposizione di dazi gestita su base nazionale e l'applicazione di principi liberistici che l'industria artigiana meridionale non riesce ad affrontare con conseguente progressiva chiusura delle strutture più deboli.
Nel novecento, quindi, si assiste a Napoli ad una scomparsa delle fabbriche di pianoforti con la presenza sul territorio di rivenditori ed un artigianato legato principalmente al restauro di pianoforti antichi ed alla manutenzione di quelli moderni.

La Galleria Umberto I

Un cenno particolare merita la Galleria Umberto I che contribuì in maniera cospicua al diffondersi della passione pianistica. Ospitò il prestigioso Liceo Musicale di Napoli, istituzione che dal pianoforte si genero', ed il famoso Salone Margherita.
Nella Galleria ebbero sede negozi che vendevano tonnellate di musiche per la tastiera e c'erano rivendite di pianoforti che alimentarono un mercato sempre più esigente. Un’attività che la famiglia Celentano nutrì d’una passione non solo commerciale ma soprattutto volta a suscitare iniziative concertistiche; nel novecento vi trovò poi sede anche il negozio Ricordi.

Parallelamente altre famiglie di commercianti e di musicisti gestivano negozi di musica a pochi passi dalla Galleria: : i D’Ambrosio, i Curci, i Napolitano, dove soprattutto, si vendevano pianoforti. Tutti erano in gara per introdurre e diffondere le grandi marche tedesche che, a poco a poco, venivano sostituendo e superando le classiche etichette francesi di Erard, Pleyel, Gaveau.


 

 


Fonti bibliografiche:
Francesca Seller: Napoli Nobilissima: rivista di topografia ed arte Napoletana, 5 s. v. ( 2006) n. 1-2.
Riccardo Petroni: Censimento ossia statistica dé Reali Domini di qua dal faro del Regno, Napoli 1826.
Anna Portente, Adriana Tolomeo: Il progresso tecnologico nel mezzogiorno pre-unitario, dalle iconografie dell’Archivio di Stato di Napoli, 1991, ed. Mapograf.
Francesca Seller, Paologiovanni Maione: Prime ricognizioni archivistiche sui costruttori di pianoforti a Napoli nell’Ottocento, in “Liuteria, Musica e Cultura”, 1997.
Vincenzo Vitale: Il pianoforte a Napoli nell’Ottocento, 1983, ed. Bibliopolis.

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